Arte dei suoni, ovvero la musica

La musica è un’arte che si esprime mediante i suoni; arte astratta per eccellenza, che non conosce limiti di contenuto, che si rivolge prima allo spirito e poi all’intelletto, e per la quale si concretano dei sentimenti, o meglio un substrato di sentimenti che, componendosi nell’intimo dell’artista, determinano sempre nuove combinazioni degli elementi sonori. Sul piano estetico è impossibile, o almeno improprio, schematizzare e circoscrivere stili, forme, maniere o mezzi d’espressione.

E’ un’immagine di un atto di creazione, attività soggettiva fecondata che raggiunge una forma estetica, appare come una naturale inclinazione nell’uomo, il quale, se pure segue indirizzi diversi nelle varie epoche storiche e affina le proprie possibilità con la ricerca di nuovi ritrovati tecnici, sempre ha cercato in quest’arte il supremo slancio di una spiritualità istintiva.

Continua per leggere

Libro nel mondo antico

Il libro è un complesso di fogli, stampati o scritti, legati insieme a costituire un volume di determinato formato, munito di copertina e rilegato. Si distingue il libro a stampa ed il libro manoscritto (detto anche codice). Rispetto al suo spessore il libro si dice anche opuscolo quando non raggiunge le 100 pagine. Si distingue inoltre per i vari tipi di legatura. Diverse locuzioni infine distinguono il libro per il suo stato, il suo contenuto, il suo scopo, la sua origine, ecc. Per la schedatura e la conservazione dei libri nel mondo si usano le biblioteche.

Le più antiche materie scrittorie furono le pareti delle rupi e delle caverne, sulle quali l’uomo primitivo incise segni ideografici. Successivamente si scrisse su foglio (da qui il nome «foglio»), sulla parte interna della corteccia e sul legno interno dell’albero. Altre materie scrittorie dei popoli dell’antichità furono i mattoni, le tavolette e i cilindri d’argilla e di terracotta, i cocci di stoviglie graffiti (ostraka).

Continua per leggere

Che differenza c’è tra sapere e sapienza?

Utilizzate spesso come sinonimi intercambiabili, non tutti in realtà sono a conoscenza del fatto che si tratta di due cose diametralmente opposte. Scopriamo quindi che differenza che tra sapere e sapienza. Il sapere è la scienza e la cultura in quanto possedute coscientemente dall’individuo. Nella filosofia antica il sapere è stato sinonimo di sapienza e di scienza fino ad Eraclito e soprattutto a Socrate che si riconosceva possessore della sapienza per il fatto che sapeva di non sapere.

Questo disilludere dal poter sapere, soprattutto nei riguardi del proprio essere, è stato motivo dominante nelle scuole post-socratiche e anche nel platonismo cristiano (la dotta ignorantia del Cusano). Aristotele distinse fra sapere primitivo o spontaneo, che si limita all’esperienza, e sapere riflesso o razionale promosso dalla curiosità sapere che ogni uomo ha in sé e che si distingue per la sua oggettività e per il suo obbiettivo che è la conoscenza delle cause. Nell’Ellenismo il sapere è un inventario della cultura umana, come veniva fatta dai dotti dello stampo di Varrone, per il gusto del sapere.

Il sapere per il sapere. Di una simile concezione risentirà anche l’umanesimo. La nozione contemporanea di sapere fece la comparsa nella filosofia moderna con Cartesio: esso è soggettivo, in quanto è ricercato da un principio razionale attivo dell’individuo. Per Hume, essendo caratteristica del sapere la certezza, è possibile solo un sapere matematico, mentre si esclude un sapere anche nei confronti delle scienze fisiche basate sulle ipotesi. Limitato è anche il sapere kantiano che investe i soli fenomeni. Per Hegel invece è possibile un sapere assoluto che consiste nell’autocomprensione dello spirito quale attualità esistente e quale attività cosmica e storica nel suo divenire.

La sapienza in quanto saggezza

La sapienza, invece, indica in genere un profondo affinamento intellettuale e morale. La sapienza somiglia parecchio alla saggezza, con la differenza tuttavia che nota dominante della sapienza è la perfezione intellettuale, mentre il concetto di saggezza accentua maggiormente l’aspetto morale e pratico. La sapienza si distingue dal sapere per il suo campo ristretto alle ultime cause delle cose, mentre il sapere spazia nel campo scientifico e non contempla la perfezione morale del soggetto che sa.

Si distingue inoltre dalla prudenza, perché questa è solo una delle virtú intellettuali e morali che caratterizzano la sapienza. Particolarmente coltivata nel platonismo e neoplatonismo, la sapienza è ivi intesa come ideale della filosofia nel suo tendere alle verità eterne. Per Bonaventura la sapienza è l’ultima perfezione e pacificazione dello spirito, quale sintesi di scienza e santità, pienezza di conoscenza e di affettività che deriva dall’intimo esperire il mistero di Dio, mediante la fede, l’adorazione e l’amore. Per questo essa è anche detta a unione mistica e dotta ignorantia.

Velocità e tecnologia della stampa offsett

La stampa offsett rappresenta la versione più moderna della litografia. Questa tipologia di stampa usa come forme di stampa delle lamiere di zinco o di alluminio, aventi lo spessore da 0,3 a 0,6 mm., che vengono sottoposte preventivamente ad un trattamento di granitura superficiale, con abrasivi o per via elettrolitica, per rendere la superficie ruvida in modo che trattenga l’acqua di umidificazione.

Procedimenti di funzionamento della stampa offsett

Vi sono diversi procedimenti per preparare la forma per questa stampa. Quello che oggi è maggiormente diffuso è il cosiddetto sistema di copia positiva, cosi chiamato perché si parte da una diapositiva che viene stampata su di una lamiera di zinco preventivamente sensibilizzata. Al posto dell’impaginazione che si aveva in tipografia, nella stampa offset si ha il montaggio che si esegue su un piano di cristallo o di materiale plastico trasparente e indeformabile sul quale si applicano le pellicole mediante appositi adesivi.

Il foglio di zinco viene deacidato quindi sensibilizzato con una soluzione a base di collante (gomma arabica, albumina, resina sintetica) e bicromato di ammonio. Quindi ad esso viene sovrapposto il montaggio e il tutto esposto alla luce di lampade ad arco. Dopo l’esposizione si procede allo sviluppo con soluzioni apposite o, in certi casi, con la semplice acqua.

Come stampa un’offsett?

Tutte le parti che non devono stampare rimangono coperte mentre si mette a nudo il metallo in corrispondenza delle parti stampanti. Quindi si effettua una leggera incisione nelle parti che dovranno stampare, usando una soluzione acquosa di cloruro di calcio, acido cloridrico ed acido acetico. Sulla lastra si stende poi una soluzione di gomma lacca in alcool, nitrobenzolo e violetto di metile che aderisce alle sole parti stampanti ed aumenta l’aderenza tra la superficie incisa e l’inchiostro di protezione che viene steso successivamente.

Si procede quindi allo spoglio, ossia alla eliminazione del collante indurito e insolubile mediante una soluzione in acqua di acido solforico, alla asciugatura della lastra ed alla stesura sopra di essa di una soluzione a base di sali igrofili. Lo zinco cosi preparato viene montato sulle macchine da stampa che sono del tipo a pressione cilindrica diretta. Lo zinco viene umidificato, poi inchiostrato; quindi si stampa su un tessuto gommato steso generalmente su un cilindro ad asse parallelo a quello su cui è montato lo zinco. Il tessuto gommato a sua volta stampa sulla carta che passa su un altro cilindro parallelo ai precedenti.

Poiché la stampa offset presuppone un passaggio intermedio dalla gomma alla carta cosi sullo zinco l’incisione è diritta e non rovesciata come in tipografia e litografia. Il passaggio intermedio, dividendo due volte l’inchiostro riduce l’intensità della stampa del testo: questo è uno dei punti di inferiorità del procedimento offset rispetto a quello tipografico.

Limiti e rivoluzione della luce

La luce è una radiazione elettromagnetica, compresa tra circa 4 • 10 alla quattordicesima e circa 7,5 • 10 alla quattordicesima periodi al secondo, che impressiona l’occhio. Lo studio della luce è quindi legato anche al fenomeno fisiologico della vista; è bensí vero che esistono preparati fotografici sensibili alla luce, ma la loro latitudine di sensibilità può essere diversa da quella dell’occhio: ne consegue perciò che i limiti di definizione della luce non possono essere che legati a quelli della vista.

Le teorie della luce

Newton riteneva che la luce consistesse in uno sciame di minutissime particelle, lanciate dai corpi luminosi con velocità enormi, le quali o giungono direttamente al nostro occhio e vi destano una sensazione che noi riferiamo al corpo luminoso, o colpiscono altri corpi e da essi vengono rimandati all’occhio, e noi ne riferiamo le impressioni ai corpi illuminati. Huygens invece pensò che la luce fosse generata da vibrazioni rapidissime delle piú piccole particelle costituenti i corpi, le quali, trasmesse da un mezzo elastico, giungono all’occhio;

Questo mezzo deve essere diffuso in tutto l’universo. Le due teorie sono note coi nomi rispettivamente di teoria corpuscolare e teoria ondulatoria. La prima, per la sua semplicità e per l’autorità del suo grande ideatore, venne subito accolta con favore, giustificato anche dal fatto che essa spiega i fenomeni luminosi piú comuni con meravigliosa evidenza. La seconda teoria spiega invece i fenomeni in modo piú complicato e per di piú richiede la presenza in tutto l’universo, del mezzo elastico adatto alla propagazione delle oscillazioni.

Limiti e differenze sulle teorie della luce

La teoria di Huygens ebbe fortuna perché, a differenza di quella corpuscolare di Newton, permise di spiegare i fenomeni dell’ottica fisica (cosí chiamata in contrapposizione all’ottica geometrica), quali la rifrazione, l’interferenza, la diffrazione, la polarizzazione. Tuttavia la sua principale limitazione consisteva nel fatto che per spiegare la propagazione della luce nel «vuoto» degli spazi interplanetari e cosmici, occorreva immaginare tali spazi non vuoti in senso assoluto, ma riempiti di una sostanza elastica che assommasse proprietà piuttosto contrastanti.

Come quelle di essere abbastanza rarefatta perché i pianeti vi si muovessero senza attrito, ma abbastanza densa per trasmettere onde trasversali come sono quelle ottiche: onde elastiche trasversali sono infatti trasmesse solo dalla materia nel suo stato piú condensato, ossia sono caratteristiche dei corpi solidi (i gas ad esempio trasmettono onde elastiche solo longitudinali). L’esistenza di una simile sostanza, che fu chiamata «etere cosmico», fu effettivamente ipotizzata ma, a parte le difficoltà di procurarsene un campione per analizzarne le proprietà, la coesistenza in essa delle suddette contrastanti caratteristiche permaneva come una fondamentale debolezza della teoria ondulatoria elastica di Huygens.

Tutto sulla invenzione della stampa

L’invenzione della stampa a caratteri mobili interruppe la troppo costosa scritturazione a mano, contribuendo alla moderna diffusione del libro. Nella seconda metà del ‘400, infatti, i libri cominciarono ad avere larga diffusione per l’invenzione da parte del maguntino Johan Gutenberg della stampa a caratteri mobili.

La stampa in Italia

La stampa si diffuse con mezzi assai semplici, onde il termine incunabuti per indicare il «libro in fasce », quelli cioè stampati sino a tutto il 1500. Nel ‘500 la stampa del libro si perfeziona, specie per i contatti con l’arte rinascimentale. In Italia prosegue la sua attività Aldo Manuzio la cui opera è continuata dal suocero Andrea Torresani, dal figlio Paolo e dal nipote Aldo il Giovane. Accanto ad essi opera a Venezia un’altra grande famiglia di tipografi, i Giunta, attivi anche a Firenze, a Lione ed in Spagna. A Venezia stampano anche, tra gli altri, i Paganini, Melchiorre Sessa, i Giolito de’ Ferrari, Ottaviano Petrucci inventore della stampa musicale a caratteri mobili. Sempre nel sec.

XVI sono da ricordare a Roma Antonio Blado, in Francia i Griffi, i Vérard, i Pigouchet, gli Etienne o Stefani, nei Paesi Bassi il Plantin ed il Moretus. Per la ridondanza manierista delle ornamentazioni meno bello appare il libro secentesco, specialmente in Italia ove in quest’epoca non appaiono, pur tra i numerosissimi stampatori, tipografi di pregio. Più interessante il libro francese, e specialmente quello dei Paesi Bassi, specie per l’attività della famiglia degli Elzeviri, autori di libri di piccolo formato che ebbero numerosi imitatori e speciale diffusione.

I libri come opere d’arte

Il ‘700 italiano reagisce alla mediocrità del secolo precedente con libri di pregio stampati a Venezia dallo Zatta, a Padova dal Comino, a Milano dalla Società Palatina, a Bologna da Lelio della Volpe, a Firenze da Tartini, Franchi e Manni, a Roma dal Pagliarini; principe degli stampatori del ‘700 è G.B. Bodoni, attivo a Parma, insuperato maestro nell’incisione dei caratteri e nel gusto per una composizione elegante e simmetrica. Nello stesso periodo sono da ricordare in Francia i Didot, in Inghilterra la stamperia di Oxford, nell’America settentrionale l’attività di Beniamino Franklin.

La stampa dei libri nel corso dell’800, dal lato artistico, è di scarso interesse; è questo tuttavia il secolo nel quale il libro maggiormente si diffonde contribuendo all’educazione popolare e sociale. Concetto questo continuato anche ai nostri giorni pur orientandosi verso forme decorative (copertine, illustrazioni) destinate a maggiormente attirare la attenzione del pubblico distratto da altre fonti di divertimento e meno portato quindi ad istruirsi attraverso la lettura. Accanto ai maggiori tipografi interessati ad una divulgazione culturale permangono ancora stampatori che amano il libro in quanto opera d’arte, curandolo dal punto di vista estetico nel solco della miglior tradizione.

Le prime musiche della storia

I primi canti dell’umanità, fusione di suoni faringei inarticolati emessi sotto l’impeto delle passioni, possono essere stati nenie cullanti cantate anche su due sole note ripetute all’infinito, e canzoni di lavoro, brevi frasi ritmate accompagnanti il movimento fisico.

Le musiche del passato

I primi impulsi subiti dall’arte dei suoi si possono ricercare nella ripetizione, spontanea quando si voglia dare maggior intensità espressiva a frasi, parole, grida; nell’allitterazione, comune nella più antica arte magica che faceva uso di formule cadenzate su identici suoni consonantici e vocalici; nell’edonismo del suono, ossia nel puro piacere del senso all’udire un suono di per sé reiterato e ripetuto; nell’imitazione dei canti e dei gridi degli animali (specie degli uccelli).

Il primo strumento fu dunque la voce, mentre gli strumenti veri e propri, costruiti dall’uomo per imitare i suoni della natura, appaiono ben presto in tutte le categorie: a percussione (e sono i più numerosi poiché rispondono al bisogno di segnare il ritmo) costituiti da tronchi cavi su cui si battevano le mani e le armi da caccia, fino a giungere alla costruzione di tamburi con pelli tese; a fiato, verosimilmente suggeriti dal sibilare del vento e rappresentati da canne vuote portate al naso o alla bocca, da siringhe di Pan e da conchiglie (buccine); a corda, inventati arricchendo l’arco da caccia di ulteriori corde e appoggiandolo a una zucca vuota quale primitiva cassa di risonanza.

Canti selvaggi

Presso i popoli allo stato selvaggio si notano sensibilità e pratiche musicali varie, ora legate al più stretto cromatismo, tanto da conoscere solo il semitono e intervalli anche più piccoli, ora appoggiate al più puro diatonismo, sulla base di una scala di soli cinque suoni senza semitono (anemitonica pentafonale). In generale presso tutti questi primitivi non si trova alcuna via di sviluppo alla musica a causa delle ferree leggi che puniscono anche con la morte ogni tentativo di modificare i canti tradizionali e di comporne di nuovi.

Ogni occasione, ogni magia, ogni festa ha la sua melodia e queste canzoni o arie sono: di carattere guerresco o esaltativo, il vero canto selvaggio, il più antico e il meno artistico, grida e lamenti regolati dal ritmo, che ripetono all’infinito parole e suoni; di genere narrativo, quando adattano molte strofe a un solo periodo musicale; di tipo a ballo, ossia canzoni danzate, in cui si alternano due motivi. Le musiche antiche rappresentano un elemento fondamentale e una base importante per comprendere le evoluzioni della musica moderna e contemporanea.

Sapere eterno delle biblioteche

La biblioteca è una raccolta di volumi non avente scopo commerciale, ma conservativo ad incremento della cultura e, come derivazione, il locale che tale raccolta contiene. Notizie di cronisti e suppellettili librarie, rinvenute in scavi archeologici, ci hanno permesso di documentare l’esistenza di biblioteca dell’antichità. Numerosi i ritrovamenti nella biblioteca fondata a Ninive da Assurbanipal (668-626 a. C.), della quale sono pure stati conservati i cataloghi. Cimeli egiziani sono pure venuti alla luce, come anche si hanno notizie di bibilioteche private dell’epoca greca, come quella di Aristotele. Di grande importanza le raccolte dell’epoca ellenistica.

La biblioteca d’Alessandria diede larghissimo impulso alla formazione della cultura ed arrivò a possedere, all’epoca di Cesare, ben 700.000 rotoli di papiri. Callimaco, che ne fu probabilmente il bibliotecario dal 260 al 240 a. C., ne compilò un catalogo in 120 libri. Pare sia stata distrutta a causa di un incendio appiccato da Cesare alle proprie navi (47 a. C.) e che ad essa si estese, ma fu poi ricostituita coi 200.000 rotoli della biblioteca di Pergamo che Antonio donò a Cleopatra.

Fu poi più volte incendiata; le ultime opere da essa possedute sarebbero state infine distrutte dal califfo Omar (641). La biblioteca di Pergamo, forse fondata da Eumene II (197-158 a. C.), ebbe pure grande importanza; scomparve quando Antonio, come abbiamo detto, ne donò le opere a Cleopatra. Anche altre città del periodo ellenistico (Rodi, Corinto, Dello, ecc.) possedevano biblioteche minori.

Le biblioteche romane

In Roma molte biblioteche sorsero col materiale asportato da paesi conquistati; tra le private si ricordano quelle di Lucullo e di Attico, mentre solo nel 39 a. C., da Asinio Pollione, fu aperta una pubblica biblioteca, cui segui quella ben più ampia di Augusto (28 a. C.). Altri imperatori lo imitarono, Tiberio, Vespasiano, Traiano, sino ad arrivare a ben 28 raccolte nella sola città; esse scomparvero, per incendi o per distruzione, durante l’epoca barbarica. In genere le B. dell’antichità erano formate da un’ampia sala nelle cui pareti si aprivano armadi a muro con-tenenti i rotoli a strati sovrapposti, identificabili dal titolo scritto su una striscia pendente all’esterno.

I papiri erano per lo più divisi per materia, ma in genere esisteva anche un catalogo generale che indicava probabilmente i singoli armadi. Con le invasioni barbariche la conservazione degli strumenti della cultura precedente restò affidata esclusivamente ai conventi che ereditarono parte del materiale romano e quei testi sacri che si erano già andati raccogliendo nelle biblioteche cristiane (tra le quali assai nota era già stata quella di Cesarea in Palettina, fondata nel sec. III). Esse erano formate da un limitato numero di volumi; solo la biblioteca imperiale di Costantinopoli continuava, per ricchezza di materiale, le tradizioni romane.

Di esse ricordiamo la Vaticana, quelle di Bobbio, Nonantola, S. Gallo, Reichenau, Clu-ny, Luxeuil, Corbie, nelle quali esistevano anche centri di copiatura che contribuirono non solo all’evolversi delle varie forme di scrittura (paleografica), ma anche al diffondersi dei testi sacri e dei loro commenti; per questa ragione genericamente simili sono i fondi di tutte le biblioteche medievali.